L’occhio indaga, controlla e investiga, il tatto avvicina e accarezza
La pelle legge la trama, il peso, la densità e la temperatura della materia, fungendo da linea di separazione tra il nostro io interiore e il mondo esterno. Il tatto è il padre di tutti i sensi, il primo mezzo con cui tocchiamo e comprendiamo il mondo. Questo incontro corporeo tra noi e l’architettura, tra noi e lo spazio che ci circonda, si traduce in una conoscenza profonda e intuitiva. Il tocco integra l’esperienza del mondo esterno con quella interiore, arricchendo la nostra percezione e la nostra interazione con l’ambiente. In architettura, il tatto rivela le storie nascoste nei materiali, rendendo tangibile l’essenza degli spazi che viviamo.
Chris Downey, l’architetto americano non vedente, dice “La prima esperienza potente che comunica un edificio è quando si afferra la maniglia della porta di casa. Il contributo del tatto influisce su tutti gli aspetti”.
Abbiamo bisogno di toccare le superfici per capire se sono calde o fredde, quanto sono lisce o ruvide, per vedere che sensazioni ci dà un oggetto quando ci entriamo in contatto fisico, dopo averlo guardato. Una sensazione tattile spiacevole può farci cambiare idea su un oggetto che aveva appagato la nostra vista.
E ricordiamoci che il tatto non riguarda solo le mani. Sono tutte le parti del corpo che possono “sentire” una superficie. Camminare scalzi su un pavimento di marmo ci darà sensazioni totalmente diverse rispetto a camminare su un pavimento in cemento o su un parquet. Un divano in pelle e uno in tessuto non sono la stessa cosa, e non solo dal punto di vista estetico. Un oggetto spigoloso rispetto a uno morbido ce lo renderà più o meno gradevole, a seconda di quale sensazione innescherà nella nostra mente, di quale ricordo farà scattare nella nostra memoria.
In un mondo fatto sempre più di immagini che ci scorrono velocissime sotto le dita su uno schermo da pochi pollici, il tatto è anche un modo per riappropriarci di un senso d’intimità più profondo.