L’architettura brutalista non è sempre stata ben vista, anzi, per molti decenni è stata molto criticata. Oggi, però, sembra vivere un momento di grande rinascita.
È uscito da poco nelle sale The brutalist, un film di 3 ore e mezza, del regista Brady Corbet che ha come protagonista Adrien Brody nei panni dell’architetto László Tóth. Il regista americano ha scelto di parlare di brutalismo come metafora di “qualcosa che le persone non comprendono e quindi vogliono abbattere ed eradicare”.
E, in effetti, il brutalismo, nato nel secondo dopoguerra e sviluppatosi fino agli anni Settanta, dopo il successo dei primi anni, poi venne fortemente criticato, poiché non compreso, e molti edifici brutalisti furono abbattuti e considerati spesso l’immagine negativa di un quartiere o di un’intera città.
Il motivo di questa avversione risiede certamente nell’essenza del pensiero brutalista che mette in secondo piano l’estetica a vantaggio della funzione e nella forza delle forme.
Il termine deriva da béton brut, cemento a vista, e fu coniato dallo storico dell’architettura Reyner Banham in virtù del materiale usato da Le Corbusier per l’Unitè d’habitation nel 1950, un progetto che poi è diventato il simbolo dell’architettura brutalista.
In tempi più recenti il brutalismo ha ritrovato uno spazio importante nel panorama architettonico, grazie ad architetti come Tadao Ando (che insieme a Marcel Breuer ha ispirato la scenografa di The brutalist, Judy Becker) col suo minimalismo purista. Oppure grazie all’architetto svizzero Peter Zumthor, il quale esplora le qualità tattili e sensoriali di spazi e materiali attraverso lo studio della luce che evidenzia la matericità del materiale da costruzione o la sua leggerezza. Esempio unico, infatti, il Museo di Bregenz in cui tre soli materiali compongono armonicamente gli spazi; vetro, acciaio inox, cemento facciavista.